Basta guru!

di Luca Berni, Executive Coach, Mentor & Trainer

 

Basta Guru! Non se ne può più.

Forse sono io che non ne posso più, ma sto assistendo ad un’abnorme proliferazione di persone che si ergono a maestri di vita, tutti con le loro soluzioni per trovare la felicità, diventare grandi leader o raggiungere mirabolanti successi. E vai di pubblicazione del proprio libro. E vai di nuovo manuale di istruzioni su come vivere. E vai di serie di video-prediche sul come raggiungere qualunque risultato.

Il punto è: ma voi li conoscete quelli che pubblicano tutto ciò? Voi sapete che vita vivono? Voi sapete quale sia la loro storia e quali risultati abbiano raggiunto? Ecco il mio problema: io, purtroppo, ne conosco diversi. E dico purtroppo perché alla maggioranza di loro non affiderei neanche il mio pesce rosso, figuriamoci ergerli a fonte di saggezza a cui abbeverarmi per il resto della mia vita.

Nella civiltà (si fa per dire) digitale, tutti hanno a disposizione mezzi di comunicazione globali a basso costo cosicché l’eco delle banalità di chiunque può riecheggiare in ogni angolo del villaggio globale. Non importa se ciò che si dice abbia un senso o meno, non importa se a raccontarci come vivere sia qualcuno che non ne ha alcuna esperienza, che ha una vita totalmente disastrosa, l’importante è invadere la rete di proprie immagini, di quelle del proprio libro e dei propri slogan, in modo da guadagnarsi una finta credibilità basata sull’idiozia di quello che vedendo tutto ciò esclamerà: “Però! Questo tizio (o tizia) ha proprio ragione”.

Quello che mi colpisce di questi fenomeni è la loro sfacciataggine. Innanzitutto il come si auto-definiscono: il Coach nr. 1 in Italia (secondo quale classifica?), Best Seller Author (tipo, hai venduto quanto J.K. Rowlin?), Esperto #1 di… (rigorosamente col “#” che fa molto America), la Massima Autorità in tema di… (massima, proprio massima?!), CEO (di una srl di due persone) o, come va sempre più di moda, TEDx Speaker (non importa se era il TEDx di Castelvetrano, che hanno visto in sette).

La seconda caratteristica che hanno in comune è: il vuoto assoluto. In Fisica ci hanno insegnato che il vuoto assoluto non è possibile, ma leggendo certe pagine o guardando certi video, non ne sono più così sicuro. Questi nuovi maestri non fanno altro – nella migliore delle ipotesi – che prendere quei quattro concetti noti e stranoti, adattarli alla loro personale esperienza, inventarsi uno slogan con un facile gioco di parole e via sul web o in libreria.

Costoro non fanno altro che ripetere ciò che l’umanità sa dalla notte dei tempi. Sono stati i filosofi greci, le grandi religioni, i grandi pensatori del passato, le culture millenarie a indicarci la strada della realizzazione personale. Seguire i propri sogni, contare su sé stessi, darsi degli obiettivi, impegnarsi a fondo, crederci nonostante tutto, resistere alle avversità e godere di ogni piccolo successo. È tutto qui il segreto della felicità, eppure c’è ancora qualcuno che crede di poterlo spacciare come farina del suo sacco.

“Chi sa fare, fa! Chi non sa fare, insegna!” Così ci dicevano i nostri nonni, e avevano ragione. Chi vive su internet pubblicando cose tipo: “Ora sono qui che mangio una piadina, rileggendo il mio libro”, o fanno una videodiretta mentre camminano in un posto qualsiasi e ci buttano lì un po’ di quella saggezza di cui noi, avviluppati nelle nostre miserabili esistenze, abbiamo tanto bisogno. E soprassiedo su quelli che girano video mentre guidano, ma spero che un giorno li fermi la Stradale! Quando vedo questi fenomeni mi domando: ma quanto è enorme il tuo ego? Quanto è enorme il tuo ego per pensare che davvero mi interessi dove tu sia, cosa stia facendo o con quali moderne tavole della legge scenderai dal Monte Sinai?

Ma la domanda che ancora di più ti rende ridicolo ai miei occhi è: ma tu, che cosa hai mai realizzato di così straordinario nella vita per dare lezioni agli altri? Per essere più specifici: se, ad esempio, insegni agli altri come essere un leader, prima di tutto voglio sapere di cosa tu sia mai stato un leader. Se Sir Richard Branson tenesse una conferenza sulla Leadership, io farei di tutto per sedermi in prima fila e ascoltare una persona che parla di ciò di cui ha una grande esperienza. Tu, novello predicatore che mi parli di Leadership, qual è la tua esperienza? Come fai a dire che ciò che sostieni sia vero? Quale autorevolezza hai?

È proprio qui il nocciolo del problema: l’autorevolezza. Questa parola è ormai da cancellare dal vocabolario, ahimè. Eppure era una parola meravigliosa. La persona autorevole era quella la cui storia parlava al suo posto: i risultati ottenuti, gli studi fatti, i dati raccolti, le analisi compiute, i modelli creati e la loro rigorosa applicazione con l’intento di confermarli attraverso il tentativo di distruggerli. L’autorevolezza è quella di Warren Buffett nel mondo della finanza. L’autorevolezza è quella di Bill Gates nel mondo del software. L’autorevolezza è quella teologica di Papa Francesco o del XIV Dalai Lama. L’autorevolezza è quella di Eric Kandell sul cervello, quella di Stephen Hawking sui buchi neri, quella di Pelé sul calcio, quella di Ingmar Bergman sul cinema, quella epistemologica di Karl Popper, quella letteraria di Umberto Eco, e questi esempi solo per rimanere ai nostri contemporanei.

Mi cara autorevolezza, ti scrivo queste mia parole per ufficializzare il tuo pensionamento. Non ci servi più. Grazie per quello che hai fatto, ma oggi abbiamo bisogno di qualcosa di diverso, di più rapido e alla portata della giuria popolare. Puoi ritirarti in buon ordine e fare spazio a “numero di like”.

Io appartengo ad un’altra generazione, lo so. Quella generazione che pensava che prima di scrivere un saggio ci si dovesse porre alcune domande: ciò che scrivo è frutto delle mie ricerche o sto solo divulgando idee di altri (nel qual caso, si prega di citare le fonti, please!!)? Ciò che scrivo è vero? O meglio, quali inconfutabili prove ho che quanto scrivo sia vero? Quali dati posso produrre a chi criticherà le mie tesi? Questi dati sono qualitativamente e quantitativamente significativi? Ho chiesto a qualcuno di mettere alla prova quanto sostengo? Chi sono io per affermare tutto ciò che affermo?

Io sono di quella generazione che pensa che se vuoi davvero essere utile agli altri, non puoi passare tutto il tempo a far bella mostra di te.

E pensare che un grandissimo della storia come Isaac Newton – uno a cui dobbiamo “cosucce” come la legge di gravitazione universale o la scoperta della rifrazione – ci mise ben dieci anni a pubblicare i suoi studi sul calcolo infinitesimale, calcolo che rivoluzionò la matematica e la fisica, perché temeva di essere deriso. Caro Isaac, perdonali. Essi non sanno quello che fanno! Figurati se sanno quello che scrivono.